Manuale del PartigianoZen

CAMBIAMENTO E R(i)ESISTENZA QUI E ORA

Fare qualcosa allegramente senza credere in nulla: PASOLINI secondo ME

pasolini

Sono 40 anni dalla morte di Pasolini  e ci sono iniziative dibattiti, articoli, e dato che io ne parlo spesso, ho pensato stavolta di tacere. Poi  ho cambiato idea. Dovevo almeno scrivere qualcosa. Perchè Pasolini, come pochi altri autori e persone, io l’ho respirato e lo porto psicosomaticamente nelle viscere. Lo stesso libro che ho scritto, Il Manuale del PartigianoZen, ha avuto ispirazione anche dal suo sentire.

Al liceo avevo già sentito parlare di Pasolini. Avevo provato a leggere un suo romanzo, ma non mi piacque particolarmente. Fu un film di Davide Ferrario, La Rabbia di Pasolini, a squarciare il velo.
La sua voce, la sua espressione, e il modo in cui pronunciava parole taglienti con disarmante innocenza e lucidità, mi fecero inchiodare allo schermo.  Quelle parole parlavano anche di me, del mondo in cui vivevo e di cui nessuno sembrava accorgersi, di quello che stava accedendo, di come era accaduto.
Parole dure, forti, così diverse dalle banalità di altri intellettuali o predicatori del nuovo secolo,  a tratti laceranti e insopportabili. Ma piene di forza,  di sana provocazione, di verità.

Quell’uomo chi era veramente? Un omosessuale, comunista cacciato dal partito comunista, ateo ma  ispirato da una forza religiosa, uno scrittore, un regista, un educatore, profetico, contradditorio, non riducibile.
Pasolini fu una chiave spietata ma finalmente reale per leggere la realtà. Ecco qualcuno che non mi prendeva per il culo.

Lui diceva che in questo paese c’era stata una rivoluzione, ma non una rivoluzione bella. Gli italiani, diceva, stavano diventando brutti, la televisione aveva creato dei modelli, i modelli del consumo e dell’omologazione, e gli italiani c’erano cascati in pieno trasformandosi in ansiosi consumatori e distruttori del territorio e della cultura umanista.

“Ognuno odia il potere che subisce, quindi odio con particolare veemenza il potere di questi giorni. È un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti. Sono caduti dei valori, e sono stati sostituiti con altri valori. Sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti da altri modelli di comportamento. Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dal nuovo potere consumistico, cioè la nostra industria italiana pluri-nazionale e anche quella nazionale degli industrialotti, voleva che gli italiani consumassero in un certo modo, un certo tipo di merce, e per consumarlo dovevano realizzare un nuovo modello umano”.

Il nuovo modello umano era realizzato. Era la mia realtà.
La cosa che per me fu impressionante è che lui diceva queste cose all’inizio degli anni 70.  Io mi interessai di Pasolini all’inizio del 2000, Berlusconi aveva vinto le prime elezioni nel 94 e le sue televisioni avevano ormai fatto il disastro sociale e antropologico che conosciamo. La prima domanda che mi feci fu: “Perchè nessuno mi hai mai detto niente?!” Perchè nessuno si scandalizza?” Pasolini parlava 30 anni prima del mio presente. Di una generazione cieca che ha pensato solo a far soldi, dei loro figli che si ritrovavano vuoti a inseguire dei disvalori stupidi e aberranti e diventavano piccoli bravi ragazzi criminaloidi, la televisione che dettava le regole del comportamento sociale, e la gente misurava il valore delle persone dalla popolarità e dal prestigio finanziario e sociale. Un egoismo raccapricciante che toglieva l’anima e la qualità alle cose e alle persone. C’erano tutte le premesse per un disastro.
In una società dove la ricerca del successo è tutto, e tutto è accettato incentivato per raggiungerlo, lui diceva:

“Il successo non è niente. Il successo è l’altra faccia della persecuzione. E poi il successo è sempre una cosa brutta per un uomo.”

Iniziai a leggere i suoi articoli, a guardare i suoi film. Molti  mi piacquero, altri ti facevano venire il vomito. Come Salò e le Cento giornate di Sodoma. Ma lo compresi. Compresi perchè il suo ultimo film, uscito dopo la sua morte, era così orribile e inguardabile.  Era la messa a nudo spietata della nuova società capitalista, che usa e degrada tutto, che trasforma la bellezza del sesso in “obbligo e bruttezza”, che, come appare in una scena del film, ti violenta e ti fa mangiare la merda su vassoi d’argento.

Qualcuno si chiede oggi perchè dopo 40 anni Pasolini susciti ancor tutto questo interesse. Io mi domando perchè non ne susciti di più. Quello di cui Pasolini parlava, e in questo è stato certamente profetico (io ancora mi chiedo come abbia fatto), è il nostro presente. Le ansie sociali (un italiano su tre fa uso di psicofarmaci), la mancanza di lavoro in un falso sistema della crescita che non può più produrre lavoro, la povertà e  la velocità disumana delle interazioni sociali che non contempla nemmeno uno sguardo negli occhi, la gabbia del consumo, l’inganno televisivo dell’informazione, il peggiorare  della qualità di vita nelle società del cosidetto benessere,  sono le conseguenze di un sistema malato che produce sempre più individui malati. Se uno ripesca Pasolini si accorge che tutte queste premesse lui le aveva viste e le aveva dette, che pochi capirono, e  pochi continuano a capire.

“Noi siamo un paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia. L’Italia rimuove il suo passato prossimo, lo perde nell’oblio dell’etere televisivo, ne tiene solo i ricordi, i frammenti che potrebbero farle comodo per le sue contorsioni, per le sue conversioni. Ma l’Italia è un paese circolare, gattopardesco, in cui tutto cambia per restare com’è. In cui tutto scorre per non passare davvero. Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, imparerebbe che questo Paese è speciale nel vivere alla grande, ma con le pezze al culo, che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale.”

Visto che Pasolini era avanti di 40 anni mi chiedo davvero cosa ci direbbe adesso. Magari non la vedrebbe così grigia. Magari avrebbe già visto alcuni semi di una nuova umanità, avrebbe scovato piccoli gruppi di individui da cui partirà un nuovo modo di vivere. Molte persone, sotto il silenzio dei media, si allontanano dagli schemi di comportamento e vita abituali. C’è un ritorno ad alcune attività manuali, a forme di agricoltura famigliare, a un’attenzione diversa alla vita, slegata dai ritmi disumani delle moderne società postindustriali sempre più tristi e al collasso.

Come dice Franco Arminio

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane,
di gente che ama gli alberi e riconosce il vento.
Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.
Attenzione a chi cade, attenzione al sole che nasce e che muore,
attenzione ai ragazzi che crescono,
attenzione anche a un semplice lampione,
a un muro scrostato.
Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere,
significa rallentare più che accelerare,
significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce,
alla fragilità, alla dolcezza.

Nell’ultima intervista il giorno prima di morire disse a Furio Colombo: “Siamo tutti in pericolo”.

“Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non solo quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.”

Ho voluto ricambiare l’amore e la conoscenza che Pasolini mi ha dato tramite le sue opere facendo alcuni incontri pubblici per condividere alcune delle sue opere. Sono stato anche sulla sua tomba, a Casarsa del Friuli e a all’idroscalo di Ostia, dove è stato ucciso, il 2 novembre 1975.

Anche io come Pasolini, “ho cancellato dal mio vocabolario e dalla mia testa la parola speranza, di qualsiasi tipo, perché considero la speranza un alibi della nostra coscienza. Da ciò nasce una forma di dissociazione tra il credere in nulla e fare qualcosa. Allora io continuerò a fare qualcosa senza credere in nulla. E lo farò molto allegramente, perché l’essere privo di speranze, cioè l’essere privo del ricatto degli anni futuri che è una cosa atroce, dà un grande sollievo.”

 

 

 

 

 

 

 

 

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Questa voce è stata pubblicata il ottobre 29, 2015 da .
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